La Sfera

Cristina Vacchini

Arrivata lì davanti l’ho cercata, c’era solo un grande buco al posto suo, i rami degli alberi attorno avevano la sua forma e sottolineavano ancor di più la sua assenza, uno spazio vuoto a forma di sfera.

Ho pensato a che fine poteva avere fatto, struttura delicata e difficile da collocare vittima forse di qualche ignorante assessore comunale che probabilmente non l’aveva capita. Sono stata privata di una gioia quotidiana, ogni mattina la guardavo immersa nella poca natura circostante e sembrava fiorisse anche lei in primavera e che si spogliasse delle foglie d’autunno.

Quando nevicava poi, diventava magica, un rincorrersi di bianco e nero con quelle parti esposte che si imbiancavano e le più interne che rimanevano nude e nere.

Ci eravamo conosciute qualche annio fa: un pomeriggio d’inverno, uscite dalla triennale le bambine le erano corse incontro con quella curiosità e immediatezza che i bambini provano per le cose belle, le avevo seguite, loro avevano trovato la piccola porta nella sua struttura e ci erano entrate. Avevo detto loro che non potevano, che le avrebbero sgridate, che dovevano uscire, subito, ma loro avevano risposto “ma allora perché c’è una porticina?”.

Avevano ragione, perché una porticina socchiusa se non per entrare? Entrata mi sembrava di essere nel centro del mondo, che la città con i suoi rumori e movimenti soliti fosse tagliata fuori da quel piccolo cosmo, una sfera fatta di rami intrecciati, una specie di cerchio magico, all’interno del quale nulla di male poteva accadere, dove l’energia sembrava fluire liberamente, senza ostacoli. Le bambine, che avevo perso di vista presa dalla sorpresa di trovarmi in quello spazio, stavano salendo per i camminamenti, mi salutavano dall’alto, felici. Una serie di scale, ballatoi, pedane portavano fino alla sommità della sfera e loro un po’ storte salivano seguendo la curvatura . Ma dove ero capitata?

Cos’era quella sfera meravigliosa di rami intrecciati che mi aveva portato in una dimensione diversa da quella che stavo vivendo fino a poco prima? Indago: lo scultore è un certo giuliano mauri,, faccio delle ricerche e scopro che questo signore è nato a lodivecchio, dove è nato mio padre, dove è nata mia madre, mio nonno e mia nonna e dove io ho vissuto fino all’età di sei anni, scopro che ha la stessa età di mio padre. Ne parlo con lui, erano a scuola assieme, mi dice che sapeva che era diventato un artista famoso, che viveva altrove, che lo aveva perso di vista.


La sfera, che poi ho scoperto chiamarsi “Xenobia” mi apparteneva ancora di più ora, quelle emozioni che mi aveva dato istintivamente la prima volta, si erano consolidate da una comunanza di terra, di provenienza, di radici tra me e il suo autore. Ogni mattino speravo che il semaforo fosse rosso per potermela guardare , mi piaceva pensare a questa città che aveva deciso, osato forse, mettere una scultura così particolare, così “naturale”, così poco appariscente, nel mezzo del suo cemento, che aveva scelto mauri,, mio concittadino, per riempire quello spazio davanti al palazzo della triennale così rigido e austero ma che lei, filtrandolo alla vista, riusciva ad inteneriire nei suoi contornii netti.

Ora la mia sfera non c’è più. E’ stata smantellata perché pericolante. Mai un intervento di restauro, mai un’opera di verifica delle strutture, mai un sopralluogo. Leggo che mauri disse che bastava una semplice manutenzione ordinaria, una mano di vernice protettiva, che si era reso disponibile a verificare che la salute dell’opera fosse buona, e se ci fosse qualcuno dei 4000 rami di castagno che la formavano che aveva bisogno di essere sostituito, affrancato, sistemato, legato nuovamente agli altri. Nessuna risposta il disinteresse totale, il nulla, il vuoto. Mi ha fatto un’enorme tristezza pensare ad una città che non ha cura di sé, che spende e si lustra, si riempie la bocca e poi dimentica, trascura, lascia andare e perde. Che distrugge un’opera d’arte e che così facendo fa male a se stessa crea delle ferite, dei vuoti, delle cicatrici.

Io ho perso davvero una piccola gioia e come me credo molti altri. Ho detto alle bambine che la sfera non c’era più e mi hanno chiesto “perché se era così bella?” “Perché si è rovinata, perché non l’hanno curata come avrebbero dovuto” La cecilia, la più grande, mi ha risposto “che stupidi e adesso noi non ce l’abbiamo più”. Già, che stupidi adesso noi non ce l’abbiamo più e se lo capisce una bambina di 10 anni, fa rabbia che non lo capisca Milano.

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