Un'Ora da Raccontare

Gianni Arginelli

Arimortis!
Da bambini avevamo il potere di fermare il tempo. Anche per un’ora.

Cosa resta all’interno di quell’ora che rimane sospesa, come una bolla sospinta da un timido alito, in quell’afosa estate milanese del 1956? I volti, sì, ovvio, i ricordi, le sensazioni, i nomi, la strada, sì, i negozi, certo, ma gli odori, dove sono andati a finire, gli odori? Il mio naso li ha selezionati, poi catalogati e poi riposti in un archivio che non so bene dove collocare nel tempo e tantomeno nello spazio.

Mi capita a volte di richiamare uno di quegli odori ed eccolo presentarsi all’appello, affidabile come un cane lupo. Certo, riannusarli sarebbe ben altra cosa, ma non posso che adeguarmi e lasciar fare alla memoria dell’olfatto.

L’asfalto, ad esempio, nella strada dove scorreva la vita della mia periferia, in Agosto fondeva un pochino sotto il sole pomeridiano; i grumi del catrame erano più morbidi e se ne richiamo l’odore, lui mi sale dentro forse dalle vene. Bizzarro, li possiedo questi odori, ma nessuna analisi del sangue li ha mai evidenziati.

I retrobottega di tutti i negozi davano direttamente sul pianerottolo del pianterreno e gli odori si facevano strada, risalendo verso i piani più alti. Il lavoro del prestinèe arrivava per primo: una fresca fragranza che convinceva lo stomaco a dimostrarsi disponibile e aperto; tuttavia era la focaccia salata di metà mattina con relativa bisunta carta oleata che dava la carica per l’inizio di giochi ed attività.

Le bocche sazie non potevano concedersi il lusso di una bibita, lasciando così perdurare sia il gusto che il malloppo fino alla corsa ‘Al Drago Verde’, affollato ed economico punto di incontro per assetati messo a disposizione dal Comune. Non ho mai capito perché qualcuno le chiamasse: mitiche ‘vedovelle’ fontane.

Il salumée, quel venerdì mattina, per ragioni di opportunità economica più che per convinzione religiosa, stava preparando il merluzzo, riuscendo così a permeare l’intera tromba delle scale di salinità ittica, concetto remoto per chi il mare l’aveva visto ben poche volte in vita propria.
Il materassée, in cortile, sapeva di lana e di pulito con quei cumuli bianchi di soffice pelo coi quali rimpinzava i vecchi materassi.
L’umbrellèe sapeva di umido.
Il molitta sapeva di ferro, con le sue forbici e coltelli.
Quando il drughèe apriva la porta sul retro, ne scaturivano profumi intriganti, forse a causa dei detersivi e delle creme da barba miste alle spezie.
Il tappo di alluminio della bottiglia di vetro del lattèe sapeva anch’esso di latte.
Anche lo strascée faceva sentire il suo richiamo entrando pomposamente nel cortile.

Oggi, quel personaggio mi appare meno logoro del solito e percepisco anche il suo odore, né buono né cattivo, semplicemente il profumo del suo tempo, del suo luogo.
Nella mia Milano, mai sonnacchiosa, sempre operaia, le grida allegre di noi bambini venivano messe in sordina solo dallo sferragliare del tram e dai perentori richiami, già bilingui per arrivare facilmente anche ai nuovi inquilini provenienti dal Sud, di “Strascée, stracciaio!” “Molitta, arrotino!” “Materassée, materassaio!”
Figure di un millennio fa. Sepolte? Forse, ma ancora così vivide nella mia memoria di bambino ed accompagnate sempre dal profumo di casa mia, quando la caffettiera borbottava e disperdeva nell’aria un aroma così forte da impregnare le pareti del salotto/tinello/cucina oppure quando venivo messo di corvèe alla preparazione del minestrone. Togliere le punte ai cornetti, aprire i bacelli e sgranare, come con un rosario, sia piselli che fagioli. Ad occhi chiusi ed a mani giunte, mi inalavo voluttuosamente un minestrone bell’e pronto.
Un improvviso “Arivivis” inconsciamente urlato dallo schioppettante tubo di scappamento di un furgoncino male in arnese mi riporta brutalmente agli odori odierni.

Ripongo carta e penna, lascio la panchina desolata, volgo un nostalgico sguardo ad un “Drago Verde”, poi sistemo bene la mascherina protettiva che copre naso e bocca, inforco la bici dalla sella consunta e mi avvio verso casa, tanto stasera non c’è nebbia. Non c’è più la nebbia. E nemmeno i barboni volano più in cielo, sorridenti.

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